«

»

NACQUE AL MONDO UN SOLE: Giotto racconta San Francesco

Nacque al mondo un sole
Giotto racconta San francesco

Racconto sinfonico di Federico Bonetti Amendola, promosso dalla Comunità Francescana di Santa Croce, in collaborazione con Aer Arts. L’Opera illustra, attraverso musica, recitazione, canto il ciclo di affreschi della Cappella Bardi con il quale Giotto ha voluto presentare e illustrare la vita di san Francesco.
L’esecuzione è avvenuta il 5 Ottobre 2012 alle ore 21,00 nella Basilica di Santa Croce, con grande concorso di gente.
Qui di seguito riportiamo il testo della narrazione e le immagini
Messer Canzone: Giuseppe Naviglio (baritono)
Cennina Cencetti: Elisa salvaterra (attrice)
Orchestra sinfonica del lario: Pierangelo Gelmini (direttore)
Libretto e musica: Federico Bonetti Amendola con

Care amiche e amici… benvenuti!
Mi presento: il mio nome è Cennina, Cennina e basta… Siccome sono una trovatella e dato che non si sapeva chi fossero i miei genitori mi chiamarono Cencetti, per via dei cenci che mi portavo addosso. Sono qui perché devo raccontarvi qualcosa. Oh.. non sono famosa, ma so parlare, eh… anche troppo. Anzi, qualcuno insinua che io sia chiacchierona e linguacciuta, ma sono solo invidiosi… So far ridere, so far le capriole piroette, so pure suonare il piffero… [mima]
Mica semplice capire perché sono qui, che ci faccio… Non sono famosa, sono una poverina. Eh no no no, è inutile che guardate, non mi trovate qui nei Sepolcri, tra le statue e le lapidi… [fiera] ma ci sono! Come? Oh,  deve essere stato molto tempo fa, l’unica cosa che ricordo per bene è che a quel tempo c’era la peste… E la peste è una generosa: quella accoglie tutti! E se li è portati via.
Era veramente molto tempo fa. Tutti se ne andavano, l’uno, l’altro, l’altro ancora… e persino io me ne sono andata.
C’è gente che dice che siccome io facevo la comica, la saltimbanca, la cantastorie, il mio posto doveva stare in una terra sconsacrata. Ma per fortuna, fuori dalle mura di Firenze, ci stanno i frati di S. Francesco che sono come la peste: accolgono tutti pure loro! Qualcuno mi è venuto a prendere, si è caricato il mio corpo sulle spalle e mi ha deposto dentro le mura di Santo Francesco, nel suo convento. Sulla terra nuda stavo io, la Cennina Cencetti, e anche io avevo una terra sacra. Poi ti danno una bisaccia e cominci a camminare, camminare…Anche una LUCE ti danno… Luce…luce… [accende e spegne giocando]
…Lui? Ah, è vero, come ho fatto a dimenticarmi… Vi presento Messer Canzone… Noi stiamo insieme, lavorativamente parlando: io parlo e lui canta. Lui sa solo cantare, non si sa il perché, è un mistero… ma è un sapiente davvero! solo che canta soltanto… ogni storia diventa una canzone, un’aria

Bene bene bene, vediamo a chi tocca raccontare? “VolETE cominciare VOI Messer Galileo? No. O forse voi Messer Foscolo? No. Allora voi Messer Michelangelo? No”. [professorale] I grandi restano severi e inaccessibili…,[cambiando tono] secondo me si danno delle arie e basta!

Vabbè allora dovrò scomodare il Grande assente: “Dante, Dantuccio…” “… nacque al mondo un sole…Questa è la casa di San Francesco, che non è l’ospite più importante ma direi il padrone di casa, se non fosse che anche lui ha un padrone di casa più padrone di casa di lui. Comunque mi hanno detto che il nostro Santo amico preferisce le persone come me…

Quindi? Allora andiamo, in cammino…alla ricerca di Francesco… Musica maestro!

 

 

Siamo nella Cappella Bardi. Qui si è dipinto, raccontato, immaginato, pregato Francesco d’Assisi. Qui Messer Giotto [inchino] ha fatto un capolavoro, questa è la grande arte, e ha dipinto in questi affreschi la vita di Francesco d’Assisi. Ci ho pensato da dove iniziare.
Da dove siamo iniziati tutti: dalla mamma…Io la mia mamma non me la ricordo quasi, mi dissero che morì quando ero molto piccola,  ma le ho voluto bene… ricordo il suo sorriso… e gli occhi che ridevano e talvolta solcati da qualche lacrima che rapidamente si asciugava…
E Francesco, l’aveva anche lui la mamma: era francese!  Lui era un ragazzo fortunato… figlio di una ricco mercante d’Assisi, Pietro di Bernardone, e sognava di canzoni d’arme e d’amore… e le cantava pure. Come? Non lo sapete?
*** [attacca] “Canzone d’arme e d’amore”

Ma guardiamo bene cos’ha dipinto Giotto. Qui c’è il padre di Francesco: è fuori di sé dall’ira…C’è anche la mamma, è intenta a cercare di trattenerlo dal fare uno sproposito. Proprio non riesce a capire perché il figlio, che poteva avere le sue ricchezze, e vivere nell’agio del mondo, disprezzasse e rifiutasse entrambe… E poi faceva il matto, a suo dire, e ne combinava di tutti i colori.  “Meglio essere invidiati che compatiti…” [tono di spocchia] Questo è il motto degli Assisani perbene: ricchi, prepotenti, arroganti.

E certo il babbo di Francesco era invidiato, e forse odiato da molti. Ma da quando Francesco vendeva i suoi beni per darli ai poveri, e faceva il matto, facendosi tirare addosso il fango e il letame proprio dagli Assisani perbene, cominciò a sentirsi compatito, e dunque disprezzato, e non ci vedeva più dall’ira. Tentava di chiudere, d’incatenare Francesco, ma la madre poi, che conosceva la natura del figlio, e lo proteggeva, di nascosto lo liberava….

Guardate, guardate bene l’affresco: ci sono il padre e la madre da una parte, il Vescovo e Francesco dall’altra, attorno gli Assisani perbene, gli astanti, apparentemente indifferenti, e invece ferocemente curiosi, e magari lieti di vedere l’avido mercante ridotto a implorare rabbiosamente la restituzione del maltolto. Solo ai lati vedete messer Giotto mette due bambini che vorrebbero vedere capire, e tirano per farsi tirare su a cavalluccio per osservare la scena, ma le fantesche li trattengono: “Non sta bene… forza a casa a casa…” E’ una scena terribile: Ridammi ciò ch’è mio…ridatemi il figlio mio … ridatemi Francesco… [urla, rivolgendosi in giro come cercando appoggio dagli assisani perbene]
*** [attacca] “Figlio mio dove sei?”

Avete sentito il padre. E la madre, cosa pensava?
Qu’est-ce-que tu veux, mon fils? Qu’est-ce-que tu veux? / Non ti capisco, figlio, / o forse un po’ sì. /
Questa tua nuova, insana mania d’apparecchiare per molti / molti di più che i seduti a tavola / e spogliarti, / più spesso lasciare la tunica / rivestire un ignudo / nutrire chi ha fame. / Che pensi, figlio mio? /
Dove si perde la tua anima gentile, / in quali silenzi / che non posso udire? / Paiono relitti i tuoi sogni di cavaliere. / Scudo e scudiero abbandonati in un cantone. /
Qu’est-ce-que tu veux, mon fils? Qu’est-ce-que tu veux? /
Non potevi fare il mercante, Francesco. / Non ti curi di nulla / non del denaro / non del guadagno / non conosci il valore / di averi che crescono. / Non ti consuma/brama di avere di più / semmai, /  di più / vorresti gettare al vento.
Dei mille modi / con cui un fanciullo fattosi uomo /  se ne va dal suo nido troppo stretto, / hai scelto forse il più duro /
Tuo padre adirato, / io sgomenta, a guardarti / nudo / sfidare il ridicolo, / incurante dei lazzi. / Un pazzo? /
Tuo padre / adirato / non ti capisce – o forse sì. / E piange / Francesco/ in segreto / Francesco / di rabbia, / Francesco / d’amore tradito/ Francesco… Francesco /
Qu’est-ce-que tu veux, mon fils? Qu’est-ce-que tu veux? /
Eppure / nel tuo sguardo una strana luce / una scintilla / nascosta / d’allegrezza / che mancava da tempo / da quando bambino / ti tenevo sulle ginocchia / e saltavi ridendo “op op, mon petit cheval” / felice / La stessa fiducia / o follia? / di me che ti guardo impotente? /
Qu’est-ce-que tu veux, mon fils? Qu’est-ce-que tu veux? / Che pensi, figlio mio? Di chi sei, ora? /

E il vescovo ricopre Francesco, nudo come Cristo in croce, vestendolo della sua nuova casa, il suo mantello come l’abbraccio della Chiesa.
Francesco benedice e traccia il solco, irreversibile e profondo, tra la vecchia e la nuova vita…

La sua scelta sarà la povertà. Po- ver- tà… Il non avere nulla.
Beh, in fondo io non ho avuto nulla salvo i cenci che ho indosso. Ma mi son sempre sentita tanto ricca, quando si poteva far sorridere qualcuno…
Sapete qui oggi è un gran trambusto… un gran rumore di tanta gente che arriva qui per guardare guardare, ma non vedono! E sono tristi…Allora, arrivo io e faccio qualche giochetto,una piroetta, una filastrocca, e pian piano il viso del corrucciato, dell’imbronciato si apre al sorriso…. E il bambino allora, col suo mestolino? Arriva la Cennina e quell’irresistibile impulso che piega le labbra all’ingiù, parendo appunto un mestolo da cucina, ecco che, oh oh oh, si ripiega all’insù… Vai vai bambino mio sta contento…

E questa l’è una bella ricchezza, che non si compra e non si vende….non c’avrò nulla io ma mi sento tanto ricca… A proposito… [a soggetto per qualche secondo fa inchini e protende il cappello cencioso per ottenerne, senza esito, qualche moneta]
*** [attacca] “Valzer di Cennina”

Approvazione della Regola

In questo affresco [indica l’affresco] si vede Francesco, mentre il Papa gli approva la regola
Il Papa, che poco poco ci mancava, lo metteva tra gli eretici. Ma per fortuna c’è lo Spirito Santo che ci pensa a queste cose…
E  l’Ordine ebbe così la sua Regola. La regola è importante per tutti, sapete… Anch’io, per fare le mie buffonate, avevo una regola… Oh sì, qualsiasi cosa umana vuole una regola, delle istruzioni per così dire… senza, si finirebbe fritti… tutti a litigare per prima cosa, poi a non saper cavare un ragno dal buco..
Ma LA Regola, quella con la R maiuscola, Francesco l’aveva già trovata leggendo e consultando i Vangeli, e la Bibbia… aveva già trovato lì gli articoli della Regola, che si disse dapprima “non bollata” perché non aveva la marca da bollo del Papa, ma poi, con l’apposizione del sigillo pontificale -ah ah- divenne autentica….
Ci vuole una luce che rischiari il cammino … E d’altronde se è buio, nulla riusciamo a vedere e capire..
Dio creò il Cielo e la Terra, vide che non che si vedeva nulla e creò la luce: Fiat Lux, che sia la Luce e la Luce fu. Giusto? [MC brontola un po’]
[ieratica] “Il Padre abita una luce inaccessibile, e Dio è Spirito e nessuno ha mai visto Dio. Poiché Dio è spirito, non può essere visto che con lo spirito”

“Messer Papa” Così mi ha chiamato / quello sgualcito /dagli occhi indicibilmente profondi. /
“Messer Papa”/  non Santità, / o Eccellenza, / no: “Messer Papa”. /
Poco ci mancava che il segretario ridesse, / e son sicuro / che in molti han pensato / che il “Messer Papa” / fosse irrispettoso. / Ma che importa. Lo sgualcito / e i più sgualciti compagni suoi / se ne sono restati /
in ginocchio / in umilissima postura. /
Son certo / che allo sgualcito dai profondissimi occhi / non sfugge nulla. / Non sfuggì la malizia / ma si tacque / in sua umile postura. /
Francesco, si chiama. Viene d’Assisi. / Già mi dissero / della sua conversione / di sua vita precedente / dissoluta / e di come, / mutato di cuore, /si dette di slancio a servire il Signore. / Compagni ne ha pochi, / ma, guarda! / quegli occhi.. / ardore li muove / amore li accende di luce altra. / Nella sua mansueta obbedienza egli chiede / di poter seguire il Vangelo alla lettera. / Dio sa se ne sono già troppi, mistici / invasati / e predicatori. /Eppure costui / pare diverso / pare sincero. / Costui chiede / di poterci obbedire, lui, / un laico / a noi, il Messer Papa / e ai nostri prelati, quali che siano / senza discutere / senza giudicare / semplicemente obbedire. / Chiede il permesso / di poter servire il Re dei Re, / vivere / imitando il Cristo alla lettera, / senza possedere, / senza portare con sé due bisacce, / o due mantelli. / Mai prima d’ora / nessun chiese il permesso / d’imitare il Cristo in povertà. /
Ti prego, svelami, / o Padre, / i tuoi disegni / troppo alti sono per me e non li comprendo, / conducimi per la via che hai preparato, / dammi di che capire / e farò il Santo Tuo volere. /
Stanotte / in sogno / crollava la nostra basilica / e un lacero la sosteneva / a spalle nude. E’ forse / un segno, questo, / un presagio? Che sia forse costui / il sostegno di Santa Chiesa? /
Lèvati, ora, Francesco / lèvatevi, giovani che lo accompagnate / orsù! / Ecco, ascoltatemi: / sono state esaudite le vostre preghiere. / Iddio ha concesso a me, / Messer Papa, suo umile servo/ di comprendere il Suo volere. / Buona è la vostra intenzione. / Ed ecco senz’altro indugio: / piena è la mia approvazione / non trema il mio cuore nel compiere il giusto / ecco, avete / piena / la mia benedizione /
gioite, figlioli! / Andate in pace!

Davanti al Sultano d’Egitto

La fiamma del martirio…
Ma si può essere più pazzi di una cosa del genere?! La fiamma del martirio….
E quello ardeva, ardeva come il fuoco.
S’era messo in testa una cosa, Francesco: voleva andare in Terra Santa. E certo, come tutti gli altri amici suoi voleva andare pure lui in Terra Santa. A far che? … per il martirio! Non si poteva sentire. Intraprese il viaggio contro gli infedeli per ben tre volte. Per due volte questo non era nei voleri di Dio: tempeste, naufragi… e quindi tornò a casa. Ma la terza volta, dopo che si era preso bastonate da una parte, bastonate da un’altra, imprigionato, con le catene, e quante gliene erano successe, arrivò perfino davanti al Sultano Malik–Al Kamil.

E guardate che Giotto neppure questo se l’è fatto scappare. Giotto lo raffigura così il sultano: maestoso, sul trono. E alla sua presenza, tutto ardente del fuoco dello Spirito Santo, chi c’era? C’era quel poverello, Francesco. Molti tra la gente semplice, quelli come noi, pensavano che addirittura Francesco avesse sfidato il Sultano: “Se ciò che dico è falso, che il fuoco mi bruci!” Ma ora ho capito che questo fuoco è il fuoco della sua grande fede, questo fuoco non brucia il corpo, ma brucia l’anima e pure la purifica. Non è un fuoco magico, -che state a pensare?- È un fuoco sacro!
Aveva annunciato con così tanta forza e con una predicazione così di fuoco, così efficace il Cristo, che il Sultano, -c’erano tutti presenti- fu pieno di ammirazione. Ah sì sì, però, guardate i dignitari, i notabili i sacerdoti del Sultano, guardate Messer Giotto come li raffigura: sospettosi, e timorosi… “Vuoi vedere che, niente niente, questo pazzo infedele ci entra nelle grazie del Sultano e noi ci rimanda nel deserto coi cammelli?”. Malik aveva preferito dialogare, rispettare la fede e pure il Vangelo che Francesco portava. Sapete che altro aveva fatto il Sultano? Aveva preso i frati di Francesco e gli diceva: “Andate liberamente a pregare nei luoghi sacri e non versate sangue né tributi…”.
Ma lo vedete quanto è grande questa cosa del rispetto? Questo è un dono di Dio!

Il mio palazzo ha mille stanze / dietro ogni porta, un segreto. / segreto l’andare dei saggi / segreto il moto degli astri, / inscritto in formule esatte / nascosto / il pensiero dei miei consiglieri. / Muti i maestri, / silenti / rinchiusi nella santa preghiera. / Alta la voce del muezzin / alla chiamata diurna. /
Alto era il cielo a Damietta, e incrociato da rondini. / Ed ecco / condotti davanti a me / due laceri dal campo avversario / due cristiani nemici / due mucchi di stracci / Riconosco lo sguardo del folle, / mi fissa negli occhi /senza timore / senza ossequio / senza sfida.
Iddio ti dia la sua pace”. / Che siano ascoltati. /
Così parlasti, Francesco / davanti ai miei sapienti / Per giorni accecati dal caldo, / per notti nella fresca enombra, / per mesi / ascoltai la tua voce cristiana. / E tu ascoltasti le voci dei muslim, di noi / che siamo sottomessi ad Allah / Sia Benedetto il Santo Suo Nome /
“Iddio ti dia la sua pace”. / Lingue diverse / Fedi rivali / lo stesso saluto. /
Partisti, Francesco, / Senza nulla accettare. / Da me, Malik al-Kamil, sultano d’Egitto / cavaliere di Riccardo Cuor di Leone / non un dono accettasti/ non argento e oro da usare per i tuoi molti poveri / non tessuti preziosi. / Solo chiedesti di sedere a tavola, / tu che più spesso digiunavi / E fu lieve quel pranzo. /
“Iddio ti dia la sua pace”. / Sempre /

Capitolo di Arles

In quest’altro affresco è raffigurato il capitolo di Arles:quanti frati anche qui!

Sono tutti intenti ad ascoltare Frate Antonio, che non era ancora santo, ma “si stava preparando agli esami”, infatti Messer Giotto già gli mette l’aureola in testa, la vedete?

Che stava facendo Antonio? Una bella lezione su «Gesù Nazzareno, Re dei Giudei», e stavano tutti attenti, con gli occhi fissi su di lui, vedete?

Ma secondo voi Francesco c’era o non c’era? Io da qui lo vedo, ma loro, i frati, mica lo vedevano, almeno non tutti…

Solo frate Monaldo, che era il frate più mite e più buono di tutti, a un certo punto disse: “Ma guardate fratelli, c’è Francesco lì in alto, che ci benedice. Lo vedete anche voi?” Ma loro non vedevano nulla… Frate Monaldo ancora un po’ e cadeva in imbarazzo, ad essere l’unico a vederlo, poi frate Antonio gli ha fatto l’occhiolino perché lo vedeva pure lui… E così, gli altri frati ci credettero pure loro, anche se non avevano visto… e tutti a gioire… e a pregare…
Alla fine è questa la fede, no? Fidarsi.. Credere, anche se non vedi…
Che poi è come quando io penso alla mia mamma: non la vedo, ma so che c’è…

La morte di Francesco

Francesco è morto. Il suo corpo, pallido, giace immobile.

Messer Giotto in ogni frate ha dipinto un’emozione diversa: uno è sbigottito, l’altro è disperato, l’altro ancora incredulo, tutti impietriti dallo stesso profondo dolore……. Se ci penso, viene il magone pure a me!

Guardate, guardate frate Elia… fissa Francesco dritto in volto, come se fosse ancora vivo. A loro due bastava uno sguardo per capirsi… Ora chissà quanti ricordi si accavallano nella sua mente: solo a lui Francesco aveva confidato i suoi più profondi pensieri. Pensate, lui era l’unico a cui permetteva di assisterlo e di proteggerlo, come quella volta che a Siena Francesco, che era tanto forte, ma si era proprio lasciato andare e pensava di morire…

“Terra. Sono terra. Mettetemi sulla nuda terra, / che voglio sentirne l’odore, il freddo, il duro / per una volta ancora. / Bianco. / E’ tutto bianco dentro di me, / luce / luce abbagliante e calda,/ come un abbraccio di madre, / mi avvolge. / Sorella Morte, / indugia un istante, / trattieni il tuo abbraccio. / Sono pronto, solo… / … tra poco. / Terra. Sono terra. / Fresca, umida, dura. / Fertile. Piana. /

Eccovi, / qui accanto a me, / miei amici, miei figli, miei fratelli terreni / chi è al mio lato? / “Elia, padre mio”. /Elia… / Gioia di averti qui accanto / un’ultima volta, ancora / come un padre con il figlio, / sempre / come un fratello / padre e madre insieme. / Vieni qui, venite tutti / Non vi vedo / ma voglio abbracciarvi ancora /  Un’ultima volta tutto il mio amore / Oh! Non è mio soltanto, sentite? Vieni qui Elia, / accostati, / in te vi benedico tutti / e vi perdono per quel che posso / non sentite forse come si versa  / l’Amore del Padre su di me, / su di voi? Ora abbracciami pure Sorella Morte / sono pronto / o così voglio essere / ti aspettavo da tempo / e ora sono qui / accompagnami / mentre trabocco di luce da dentro. / Terra. Sono terra. / Nuda / in attesa della pioggia. / Nudo in attesa di te, Padre mio. / Lasciatemi qui / e andate /  Il tempo di percorrere un miglio / con comodo, / poi tornate a riprendere questo corpo, / questo guscio vuoto / non vi sia di fardello /non rattristi la vostra anima.
Sulla terra viva / Assetato d’amore / Ora bevo. Ora piove / sulla terra riarsa / sul mio corpo assetato. /Sorella Morte, / eccoti, / eccomi: / t’aspettavo.”

Le Stimmate

Che tristezza, che dolore, tutte le volte che guardo questo affresco mi viene il magone, perché non è mica giusto che si muoia… almeno si morisse solo vecchi vecchioni… come Matusalemme, o come Messer Adamo che sta qui dipinto nella Cappella accanto dietro l’altare maggiore, prima di lui non era mai morto nessuno…
Vabbè, vado avanti. Frate Elia aveva altri ricordi, ma uno in particolare era fortissimo e solo lui lo sapeva: le stimmate…
Ecco, / rivedo i colpi d’ala del falcone nel cielo / alla Verna non era forse un falco / che affettuoso ti dava la sveglia? / e l’Angelo / che ti trafisse con i segni di Cristo / non sembrava anche lui un divino falcone? /
E tu Francesco eri lì, / solo, / lassù, / in alto, / perché la passione confina in luoghi solitari / solo, / lassù, / in alto, / lo sguardo affondato nell’immenso orizzonte. / Non ci sono appigli, lassù… / Su quella distesa di vuoto /
solo la durezza della roccia / ti riporta alla terra. / E nell’immenso respiro del cielo, / in un attimo sospeso sempre per  / un volo d’incanto / ti porta in dono / i segni della Passione, / e il sangue del sacrificio / imprime le tue carni. / Francesco. 
*** [attacca] “Addio di San Francesco”

Nel buio / la notte, / riverbero di stelle. / Non vedo in chiarità, / ma affiora / s’affaccia / la luce d’altrove /
E sale più alto / più forte / il mio senso smarrito, / mi accorgo / che manca qualcosa / che non ricordavo, / scordato da tempo, / perduto / obliato / Manca. /                                                                                         

Eppure / non so dare un nome. / Non so dire quest’assenza / e incompiuto mi conosco, / mentre attendo / e guardo / chiarore di stelle / Cos’è ora / questa luce / più nòva, / da dove, dove, / vien forse da dentro?
Una stella essa pare, / ma in moto contrario cadente / dalla terra al cielo.
Veloce / s’invola / e cresce, cresce… / Che vedo? Di quanto è più forte / questa luce sì nova?
Guardate, / mirabile! / Pare sorridere./ Oh, Francesco! Sei tu? Che fai? / Dove t’involi / sì radioso? /
Tu stella di terra / luce del mondo, / te ne voli, / ora, lassù? / Aspetta, Francesco! / Attendi, ti prego / porta anche me / troppo forte è il volere,  / incompiuto / sfinito/ senza ragione / mi struggo.. 
Aspetta, Francesco, / ti prego/ porta anche me / vengo con te / ora volo con te. /

** “Finale” fine muscia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel buio / la notte, / riverbero di stelle. /

 

Non vedo in chiarità, /

 

ma affiora / s’affaccia / la luce d’altrove /

 

E sale più alto / più forte / il mio senso smarrito, /

 

mi accorgo / che manca qualcosa /

 

che non ricordavo, / scordato da tempo, /

 

perduto / obliato /

 

Manca. /

 

 

 

*** eventuale inizio “Finale”

 

 

Eppure / non so dare un nome. /

 

Non so dire quest’assenza /

 

e incompiuto mi conosco, /

 

mentre attendo / e guardo / chiarore di stelle /

 

Cos’è ora / questa luce / più nòva, /

 

da dove, dove, / vien forse da dentro?

 

Una stella essa pare, /

 

ma in moto contrario cadente /

 

dalla terra al cielo.

 

Veloce / s’invola / e cresce, cresce… /

 

Che vedo? Di quanto è più forte / questa luce sì nova?

 

Guardate, / mirabile! /

 

Pare sorridere./

 

Oh, Francesco! Sei tu? Che fai? /

 

Dove t’involi / sì radioso? /

 

Tu stella di terra / luce del mondo, / te ne voli, / ora, lassù? /

 

Aspetta, Francesco! /

 

Attendi, ti prego / porta anche me /

 

troppo forte è il volere,  /

 

incompiuto / sfinito/ senza ragione / mi struggo..

 

 

 

Aspetta, Francesco, /

 

ti prego/ porta anche me /

 

vengo con te /

 

ora volo con te. /

 

 

 

*** “Finale” fine muscia