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Dal “Bambino di Betlemme” alla “Via Dolorosa”: una devozione ‘tutta francescana’

«Se vuoi che celebriamo a Greccio l’imminente festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato; come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Tommaso da Celano, Vita prima, Fonti francescane 468, Il presepio.
Nell’antica religione romana la devotio era un rito mediante il quale i generali, in situazioni di particolare gravità, ‘consegnavano’ l’esercito nemico agli Dei Mani, le anime dei defunti, e alle divinità infere. Nel Cristianesimo la parola ‘devozione’ assume il significato di ‘dedicare’ una pratica religiosa a Dio per manifestare il proprio sentimento di riconoscenza, di amore spirituale-trascendentale. Un particolare tipo di devozione è  la ‘rappresentazione sacra’ nel senso di ‘rendere di nuovo presente’, dal latino re-ad-praesentare, un avvenimento o una persona, ma anche di rendere evidente qualcosa di interno come un sentimento, uno stato d’animo.
saNell’Europa cristiana, a partire dal XII-XIII secolo, i movimenti di rinnovamento spirituale intendevano tornare alla semplicità delle prime comunità di fedeli. Grazie al recupero della concezione trinitaria Dio non era più solo il ‘pantocratore’, il creatore e signore del mondo (dal greco pan ‘tutto’ e kràtein ‘dominare’), come voleva la tradizione altomedievale: il sacrificio di Cristo sulla Croce ritornava ad essere l’aspetto centrale insieme agli insegnamenti del Vangelo e il credente era spinto a comprendere le Sacre Scritture mediante una partecipazione più diretta alla vita religiosa.
I Misteri di Chester, dal Libro dei giorni di Robert Chamber (XIX sec.)

I Misteri di Chester, dal Libro dei giorni di Robert Chamber (XIX sec.)

In questo contesto assistiamo, a partire dal XIII secolo, al progressivo svilupparsi di manifestazioni di devozione popolare che si esplicano attraverso rappresentazioni sacre indipendenti dalle cerimonie religiose, e in volgare, che prevedevano la recitazione di testi tratti dalle Sacre Scritture e in particolare dal Nuovo Testamento. A differenza del dramma classico che rappresentava un solo fatto in un medesimo luogo (le famose tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione), il dramma liturgico medievale metteva in scena più episodi significativi: il cosiddetto Teatro dei misteri che si diffonde dal XIV secolo, chiamato  Teatro dei miracoli quando gli episodi erano dedicati a un miracolo di un santo. La struttura dialogica del dramma e la rappresentazione di più avvenimenti non solo completavano l’intento didascalico che avevano a quel tempo i dipinti, i bassorilievi e le vetrate delle chiese, ma garantivano un maggiore coinvolgimento dei fedeli nel racconto mediante l’impiego dell’ambiente esterno alla Chiesa che consentiva l’allestimento di scenografie multiple dedicate alle varie scene. Queste rappresentazioni consentivano all’ecclesia che assisteva, o vi partecipava,  di condividere valori comuni avendo come punto di riferimento Dio.
Laudario di Cortona (sec. XIII, Biblioteca dell'Accademia Etrusca)

Laudario di Cortona (sec. XIII, Biblioteca dell’Accademia Etrusca)

Dal XIII secolo, in Italia, all’interno delle confraternite di laici, il cui principale scopo erano le opere di carità e di pietà, si esprimevano i propri sentimenti religiosi narrando gli episodi della vita di Cristo, della Vergine e le storie dei santi attraverso la realizzazione di componimenti poetici di argomento religioso: laude liriche, che diventano dialogate, il precursore delle quali fu il francescano Jacopone da Todi, recitate da persone travestite su una scena.
Queste esperienze favorirono il nascere e il diffondersi di vere e proprie rappresentazioni su argomenti tratti dalle Sacre Scritture, o dalla vita dei santi, attraverso l’allestimento di scene  all’aperto e più realistiche.
Caratteristica peculiare di questo rinnovamento spirituale è quindi una partecipazione più attiva alla vita religiosa dei credenti laici stimolati a fare propri argomenti un tempo prerogativa esclusiva del clero. L’elemento visivo, in particolare, era la componente predominante di queste rappresentazioni: l’immagine, infatti, intesa come riproduzione  realistica di un episodio, si poteva ben collegare a un contenuto emozionale, vale a dire a sentimenti e stati d’animo. Nella Cena e Passione di Cristo, del XIV secolo, un angelo, annunciando l’avvenimento che stava per essere rappresentato, esorta gli spettatori dicendo: L’occhio si dice c’hè la prima porta per la quale l’intelletto intende e gusta, la seconda è l’udir con voce scorta, che fa la mente nostra esser robusta: però vedrete e udirete in sorta recitare una storia santa e giusta (A. Giallongo, 1995, p. 49).
33San Francesco, al quale si attribuisce la prima ‘rappresentazione sacra’ perché concepita mediante l’impiego di ‘figuranti’, quando nel 1223 ricostruisce a Greccio l’avvenimento storico della Natività, ne era chiaramente consapevole. Poco dopo l’approvazione della Regola dei frati Minori da parte di papa Onorio III (conosciuta come Regola bollata) avvenuta con la bolla Solet annuere del 29 novembre del 1223, Francesco si incamminava verso l’eremo di Greccio deciso di celebrare in quel luogo il Natale in un modo mai usato prima: voleva vedere con i propri occhi quanto il Signore ha voluto essere povero e piccolo per amore di tutti.
Fatti portare in un luogo stabilito un asino e un bue, secondo la tradizione dei Vangeli apocrifi, sopra un piccolo altare collocato sulla mangiatoia fu celebrata l’Eucarestia. Così scrive Tommaso da Celano: In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà. Greccio è divenuto come una Nuova Betlemme. La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al rinnovato mistero. La selva risuona di voci e le rupi echeggiano di cori festosi. Poi viene celebrato sulla mangiatoia il solenne rito della messa (FF 469, 2004).  Il Natale di Greccio era servito a ricordare che gli apostoli avevano visto veramente Gesù.
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Quando Francesco voleva nominare Cristo con il nome di Gesù, lo chiamava ‘il Bambino di Betlemme’ e proprio a Greccio, in quella notte di Natale, un cavaliere asserì di aver scorto un bambino dormire nel presepio (da praesaepe, ‘greppia’, ‘mangiatoia’) e poi il Santo stringerlo al petto con le due braccia. Leggiamo sempre da Celano: Uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Vide nella mangiatoia giacere un fanciullino privo di vita, e Francesco avvicinarglisi e destarlo da quella specie di sonno profondo. Né questa visione discordava dai fatti perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu resuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa (FF 470, 2004). Era stata riportata nei cuori la pietà e la devozione e tal episodio, infatti, avrebbe ispirato in seguito la rappresentazione della Natività mediante immagini.
La più antica stesura del Cantico delle creature (Codice 338, sec. XIII, Assisi, Biblioteca del Sacro Convento)

La più antica stesura del Cantico delle creature (Codice 338, sec. XIII, Assisi, Biblioteca del Sacro Convento)

Francesco credeva nella necessità di richiamare a Dio attraverso una commistione tra profanità, nel senso di ‘ciò che sta fuori dal sacro recinto’ (dal latino profanus composto da pro- ‘davanti’, e fanum ‘tempio’) e religiosità  che si trova anche nelCantico delle creature”: qui lo ‘spettacolo’ della natura, dal sole raggiante alla notte lunare, dal cielo stellato, dalle manifestazioni liete come da quelle più aggressive, è interpretato come la concretizzazione del divino. Una natura, quindi, non amata per se stessa, ma per il suo essere specchio e dono di Dio, perché il mondo non è che […] la forma di cui si riveste il gesto creativo di Dio (O. Todisco, 2014) e questa forma è il Bene, nei confronti del quale l’uomo non può che essere riconoscente.
Montaione (Toscana)

Montaione
(Toscana)

Sul finire del XV secolo si assiste a una nuova forma di devozione che prevedeva una particolare ricostruzione dell’ambientazione per rappresentare i sacri misteri: si tratta dei complessi devozionali dei Sacri monti creati con lo scopo di offrire ai pellegrini un’alternativa più sicura rispetto ai viaggi in Terra Santa ricostruendo, in scala ridotta e in forma di cappelle o edicole, i luoghi della Via dolorosa di Gerusalemme dove era sempre più difficile recarsi in pellegrinaggio a causa dell’occupazione dei Turchi Ottomani, meno tolleranti degli Arabi. La configurazione del terreno doveva essere il più possibile simile a quella di Gerusalemme per riprodurre la topografia originale dei santuari che segnano i luoghi dove Cristo passò gli ultimi giorni della sua vita terrena. I frati Minori che fin dal 1342 erano stati incaricati della custodia dei Luoghi Santi in Palestina, proposero tre siti sui quali sarebbero poi state costruite le prime tre Nuove Gerusalemme: Varallo in Valsesia, appartenente al ducato di Milano, Montaione in Toscana e Braga nel nord del Portogallo.
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Nei Sacri monti il pellegrino doveva soprattutto percepire gli spazi dei luoghi sacri di Gerusalemme come se vi fosse stato presente, grazie al sistema di relazioni tra gli ambienti e la riproposizione degli interni degli stessi di cui sono ricalcati certi aspetti. I personaggi scolpiti, a grandezza naturale, contribuiscono a rappresentare realisticamente gli episodi della Via dolorosa all’interno di ciascuna cappella. L’impatto con queste figure tridimensionali, appena illuminate e di grande potenza espressiva perché cariche di pathos, sofferenza e tensione, creava un rapporto d’interazione, di partecipazione: di fatto di ‘metteva in scena’ il sacro, anche se con un episodio già raccontato perché fisso ma connotato da una forte valenza narrativa nel connubio tra arte e paesaggio, entrambi protagonisti.
66Dopo il Concilio di Trento (1545-1563) questo modello devozionale, e segnatamente quello di Varallo, disegnato attorno al 1480, fu utilizzato per altre ragioni, specialmente in quelle diocesi che cadevano sotto la giurisdizione della curia di Milano. S’intendeva arginare l’influenza della Riforma favorendo la creazione di altri sacri monti lungo l’arco alpino come concreta espressione di devozione. Perciò furono realizzati i complessi devozionali di Crea, Orta, Varese, Oropa, Ossuccio, Ghiffa, Domodossola e Valperga inseriti, con Varallo, nella lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. Essi sono dedicati non solo a Cristo, ma anche al culto della Madonna, dei Santi, della Trinità e del Rosario. Uno in particolare, l’unico a essere dedicato interamente alla vita di un santo, è il complesso monumentale del Sacro monte di San Francesco (chiamato ‘Assisi del nord’) situato presso il magnifico borgo di Orta San Giulio (Novara). Le ventuno cappelle che lo compongono sono dedicate agli episodi tratti dalla vita e dai miracoli di san Francesco messi in scena mediante l’impiego di statue in terracotta dipinta e a grandezza naturale.
Più tardi in Spagna, nella prima metà del XVII secolo, nelle chiese dei Francescani si diffonde la Via Crucis costituita dalla serie dei quattordici ‘quadri’ della Via dolorosa: rappresentazioni fisse dei vari episodi accaduti nel lungo percorso di Gesù verso il Calvario. Solo con papa Clemente XII, nel 1731, la Via Crucis era estesa nelle altre chiese.
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Caratteristica di queste particolari forme devozione ‘tutte francescane’ è la volontà di promuovere lo spirito di comunione attraverso la pietà, la compartecipazione emotiva all’evento sia esso ‘mobile’ o fisso. Ancora oggi le rappresentazioni storico-devozionali che si svolgono in molte nostre città derivano, nella condivisione di quei valori che ci ricordano e che sono in grado di trasmettere, da un … ritorno al desiderio di Dio (S. D’Amico, 1955, p. 136)  … perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu resuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato… .
dott.ssa Novella Maggiora, Biblioteca di Santa Croce
Bibliografia

Apollonio Mario, La drammaturgia medievale: dramma sacro e mimo. Firenze: Sansoni, 1954.

D’Amico Silvio, Rinascita del dramma sacro. San Miniato: Istituto del dramma popolare, 1955.

Enciclopedia dello spettacolo, a cura di Silvio D’Amico. Roma: Le maschere, 1954-1962.

Fonti francescane. Scritti e biografie di san Francesco d’Assisi, cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano, scritti e biografie di santa Chiara d’Assisi, testi normativi dell’Ordine francescano secolare, a cura di Ernesto Caroli. Padova: EFR, 2004.

Gentile Guido, Evocazione topografica, composizione di luogo e tipologia dei sacri monti. In: Sacri monti. Devozione, arte e cultura della Controriforma.  Milano: Jaca  Book, 1992.

Giallongo Angela, L’avventura dello sguardo: educazione e comunicazione visiva nel Medioevo. Bari: Dedalo, 1995.

Scheid John, Rito e religione dei Romani. Bergamo: Sestante, 2009.

Todisco Orlando, Contributo francescano all’essere come dono, «Città di vita», 69 (2014), n.5, p. 375-394.